• The American Breed
(1967 – Acta)
Band fondata nel 1958 a Chicago da Gary Liozzo, Charles Colbert Jr., Al Ciner e Jim Michalak. Intorno al 1966 iniziarono a piazzare qualche singolo in classifica e solo verso la fine del 1967 pubblicarono il loro primo, omonimo album, composto da cover e brani composti da altri per loro. Step Out Of Your Mind fu il singolo a fare da traino, con il suo bel ritmo sostenuto ed armonie vocali e ottoni a decorare un coinvolgente brano scritto da Al Gorgoni e Chip Taylor. Insieme a classici come Knock On Wood, My Girl e Uptight (Everything Is Alright) troviamo anche brani composti dal duo Goffin/King, tra cui I Don't Think You Know Me At All, già affrontata dai Monkees e qui in una versione più orchestrale e meno carica.
Nello stesso periodo la band registrò anche svariati jingle pubblicitari per la Coca Cola, American Navy e Bell Telephone, come parte del contratto.
• Bend Me, Shape Me
(Febbraio 1968- Acta)
Contenente probabilmente il più grande successo degli American Breed, Bend Me Shape Me (scritta da Scott English e Larry Weiss, già interpretata dagli Outsiders nel 1966 e successivamente dagli Amen Corner), che raggiunse il quinto posto in classifica Billboard negli USA. Rimane in generale il sound appoggiato su ritmi sostenuti ed interventi di fiati, con canzoni ancora in parte composte dal duo Goffin/King, ma con spazio anche per brani nuovi portati dai membri della band. Ne è un esempio la bella ballata orchestrale Don't It Make You Cry, mentre in generale la sensazione generale è di uno stile non molto al passo con i tempi, con canzoni che potrebbero anche essere state incise due e tre anni prima, con quel tocco di r&b tipico del periodo. Degna di nota la loro versione di Sometime In The Morning, di nuovo già proposta dai Monkees l'anno prima, ma qui ugualmente valida (pur ovviamente mancando della roboante interpretazione di Micky Dolenz).
• Pumpkin, Powder, Scarlet & Green
(1968 - Acta)
Il simbolico inizio di una fase discendente in termini di successo, il terzo album degli American Breed è probabilmente anche il più interessante fino ad ora. Introdotto dal folle minuto di Pumpkin, l'album contiene comunque un buon tentativo di singolo di successo in Cool It (We're Not Alone), purtroppo non riuscito nonostante la qualità della canzone. Rimane invariato il sound dei primi album, ma mediamente le canzoni risultano più a fuoco e memorabili, come Take Me If You Want Me o la più oscura
Master Of My Fate, mentre gli altri brevi frammenti, Powder, Scarlet (magnifica sezione corale) e Green (da cui il titolo dell'album), danno quel tocco più “sperimentale” al tutto, forzato o meno che sembri.
Master Of My Fate, mentre gli altri brevi frammenti, Powder, Scarlet (magnifica sezione corale) e Green (da cui il titolo dell'album), danno quel tocco più “sperimentale” al tutto, forzato o meno che sembri.
• Lonely Side Of The City
(1969 – Acta)
Ormai lontani dal successo dell'anno precedente, gli American Breed nel loro quarto ed ultimo album tentarono un approccio più tendente al sunshine pop, o soft rock. Ci sono echi degli Association, armonie vocali non lontane da quelle che renderanno famosi gli America da lì a pochi anni, e le composizioni sono tendenzialmente più complesse rispetto a quelle degli album precedenti. La jazzata Love Is Just A State Of Mind ne è un esempio, mentre la magnificamente orchestrata Walls fu l'ultimo tentativo di piazzare un singolo in classifica, senza successo.
Dopo qualche ultimo singolo nel 1970 la band si sciolse, e poco dopo si riorganizzò con un nuovo stile soul/funk e fondò la nuova band Rufus.




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