• Simon Says
(Aprile 1968 – Buddah records)
Band del New Jersey nata nel 1966 con il nome di Jeckell and The Hydes, formata da Frank Jeckell, Mark Gutkowski, Floyd Marcus, Pat Karwan e Steve Motkowitz. Nel 1967 firmarono per la Buddah Records e cambiarono il nome in 1910 Fruitgum Company, a seguito della pubblicazione del primo celeberrimo singolo Simon Says, scritto da Elliot Chiprut e riarrangiato dalla band basandosi su Wolly Bully di Sam The Shams and The Pharaons. L'enorme successo che ne conseguì finì per inserire inequivocabilmente la band nel filone bubblegum, stile che manterranno per gran parte della loro carriera. Ciò che li differenziò dal tipico gruppo bubblegum fu il fatto di essere una vera e propria band (e non una creazione a tavolino da parte di discografici per promuovere musica in realtà realizzata da session man, vedasi gli Ohio Express) e la realizzazione di brani particolarmente interessanti che andavano oltre gli stilemi strettamente bubblegum. Il primo album, appunto SIMON SAYS, ne è un esempio, in quanto a brani carichi ed allegri tipici del genere, come la title track e May I Take A Giant Step (Into Your Heart), affianca la magnificamente barocca Poor Old Mr. Jensen, o il music hall di The Year 2001. I singoli estratti furono tutti dei grandi successi, mentre l'album un po' meno, come ovvio riflesso di un genere che si reggeva in grandissima parte sulla vendita dei 45 giri (da segnalare a tal proposito il lato B di Simon Says, Reflections From The Looking Glass, tra i loro brani migliori).
• 1,2,3, Red Light
(Ottobre 1968 – Buddah Records)
Seguendo la strada tracciata dal precedente, qui la band sfodera un altro classico del genere, la title track, e riprende la celeberrima Yummy Yummy Yummy, resa famosa dagli Ohio Express, dedicandosi poi a qualche cover come The Mighty Quinn di Dylan, ed una serie di brani di loro composizione. Per la prima volta la band viene affiancata da vari session man per registrare le basi strumentali mentre erano in tour, ma non è ben chiaro chi abbia suonato cosa nel dettaglio. La title track verrà registrata anche in italiano da loro stessi, con il titolo Hip-Hip-Hip-Urrah!, probabilmente per tentare di entrare nel mercato italiano prima che gli italiani stessi ne facessero una inevitabile cover beat. Di nuovo ci sono altri brani che prendono vie diverse, come Sister John, e che rendono l'ascolto comunque sempre interessante e piacevole. Altro grande successo, giusto un gradino al di sotto del precedente.
• Goody Goody Gumdrops
(1968 – Buddah Records)
A questo punto la formula inizia a mostrare i primi segni di cedimento, in quanto la canonica title track bubblegum, seppur con tutte le caratteristiche per essere un successo, non raggiunge i livelli di fama delle precedenti. L'album in generale è analogo ai precedenti stilisticamente, con brani sempre piacevoli e memorabili, anche se forse soffre un po' l'essere arrivato dopo ed essere sostanzialmente simile a ciò che hanno fatto prima. Ci sono comunque begli episodi come il sunshine pop di (Play Our Song) Mr. Music Man e soprattutto Liza.
• Indian Giver
(1969 – Buddah Records)
Un ritorno ai vertici delle classifiche con la leggermente orientaleggiante title track e Special Delivery, che diedero la spinta ad un album leggermente meno vario ed ispirato dei precedenti. Si nota una sorta di vaga transizione tra il suono pulito dei singoli bubblegum (con il culmine in 1910 Cotton Candy Castle) e quello più sporco ed essenziale che si stava affermando sul finire degli anni '60, e che troverà molto più spazio nel successivo, ed ultimo, album.
• Hard Ride
(1969 – Buddah Records)
Uno strano ibrido, che da una parte sembra allontanarsi definitivamente dal passato bubblegum, ma a tratti mantenendo ancora “un piede dentro”. Si va quindi dal successo di The Train alla pesantezza di Eulogy / Seulb: 9 minuti di blues in cui sembra quasi di sentire i Led Zeppelin con però una sorta di Ian Gillan alla voce. L'album è pervaso da suoni distorti, pesanti interventi di fiati jazzati, sintetizzatori (In The Beginning / The Thing), e culmina nell'epica Togetherly Alone (5 Movements), brano classicheggiante che sembra quasi uscire da un album dei Procol Harum. Un album decisamente diverso dai precedenti, e tra i più variegati e "avanti" del periodo, insomma qualcosa di totalmente inaspettato vista la tendenza ad "andare sul sicuro" dei precedenti album. Tutt'ora non si sa molto su cosa e/o chi ci sia stato dietro alla decisione di un cambio stilistico così netto, e intorno a quest'album regna il mistero. Seguirà una raccolta con l'inedita When We Get Married prima dello scioglimento nel 1970, a cui seguiranno svariate reunion con diverse formazioni fino ad oggi.

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