Bee Gees


• Bee Gees' 1st 

(Luglio 1967 - Polydor)

Conosciuti principalmente per la loro fase disco degli anni '70, in realtà i Bee Gees già nei primi anni '60 mossero i primi passi nel mondo musicale. Inglesi di origine ed emigrati in Australia negli anni '50, i fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb, dopo una serie di uscite esclusivamente australiane culminate con il successo di Spicks And Specks nel 1966, decisero di inviare dei loro demo nientemeno che a Brian Epstein, già manager dei Beatles. Epstein mandò a sua volta i demo a Robert Stigwood, che li scritturò con la Polydor in Inghilterra nel Febbraio 1967.  I Bee Gees di quest'epoca comprendono, oltre ai fratelli Gibb, Vince Melouney alla chitarra e Colin Petersen alla batteria. 

Il loro primo lavoro internazionale, intitolato BEE GEES' 1ST nonostante fosse il loro terzo in assoluto, è fortemente intriso di quelle sonorità tipiche del pop di quei tempi, con arrangiamenti orchestrali e melodie memorabili, e regalerà al mondo tre hit di tutto rispetto: To Love Somebody, Holiday e la più pesante New York Mining Disaster 1941. Quest'ultima fu ispirata da un incidente successo nel 1966 alla miniera di Aberfam, nel Galles, dove morirono 116 bambini e 28 adulti. Un incidente in miniera successe effettivamente anche a New York, ma nel 1939, non nel 1941. Il resto dell'album non è certo da meno, grazie a brani affascinanti come Turn Of The Century e la misteriosa Every Christian Lion Hearted Man Will Show You, che fanno di questo esordio internazionale dei Bee Gees uno degli album più interessanti e godibili dell'epoca, garantendosi anche la top 10 in svariati paesi. 

• Horizontal

(Febbraio 1968 – Polydor)

Preceduto dalla hit Words, non inclusa nell'album ma proveniente dalle medesime session, il secondo album internazionale dei Bee Gees non ricevette le stesse entusiastiche reazioni del primo, forse a causa dei toni più oscuri sia nei testi che nelle sonorità. In realtà a posteriori non si notano così tante differenze, e anzi sono svariati i brani memorabili all'interno di HORIZONTAL. Basti pensare alla famosa Massachussets, all'epica apertura di World, a quel piccolo capolavoro di Lemons Never Forget, alla malinconia della title track… Un album che non sfigura affatto al confronto con il suo predecessore.


• Idea

(Settembre 1968 – Polydor)

Un album nato nel pieno di una crisi interna dei Bee Gees, a causa di svariate tensioni per via dell'ego dei singoli membri. Gran parte dei brani riflette proprio quella voglia di fuga, mentre l'unico brano non ad opera dei fratelli Gibb, Such a Shame, ad opera del chitarrista Vince Melouney, è proprio il  modo di quest'ultimo di esprimere il rammarico causato dalla situazione interna della band, e la prospettiva di uno scioglimento. Questa tensione però non influisce sulla qualità dei brani, che si mantiene altissima, come nella celeberrima I Started A Joke, definitiva conferma delle ottime qualità vocali di Robin Gib. La ballata In The Summer of His Years è dedicata a Brian Epstein, mentre qua e là si inizia ad affacciare qualche tendenza stilistica al country/folk, genere che diventerà predominante nel successivo Odessa.

Di fatto IDEA chiude questa fase di pop barocco/psichedelico dei Bee Gees, celebrata tra l'altro anche da uno special TV realizzato in Germania intitolato, appunto IDEA. L'album successivo sarà l'ultimo di questa formazione, oltre che un lavoro decisamente più ambizioso.

• Odessa

(Marzo 1969 – Polydor)

Probabilmente l'album più controverso dei Bee Gees, non solo dal punto di vista degli ascoltatori, tanto da causare l'abbandono di Robin Gibb e di Vince Melouney durante la lavorazione. Si tratta di un ambizioso doppio album, da molti considerato, a posteriori, il loro più importante lavoro degli anni '60, ma sostanzialmente ignorato, quando non aspramente criticato, all'epoca della sua uscita. Stilisticamente l'album alterna brani di natura quasi country a ballate epiche, il tutto condito ed intervallato da grevi arrangiamenti orchestrali, specie negli strumentali Seven Seas Symphony, With All Nations e la conclusiva The British Opera. ODESSA ha poco o nulla della leggerezza degli album precedenti, e questo può essere sia un pregio che un difetto. Di certo è un lavoro ambizioso, carico di fascino, a tratti forse ridondante, ma certamente degno di interesse. 

L'insuccesso di ODESSA e gli allontanamenti causati da tensioni interne portarono la band ad un periodo di insuccessi risollevato solamente da isolate hit e dalla definitiva consacrazione nell'epoca della disco music.



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