The Beatles


• Revolver

(Agosto 1966 – Parlophone)

Dopo il folgorante esordio con una serie di tre ottimi album, una miriade di singoli ed il leggerissimo calo con BEATLES FOR SALE e HELP!, dopo aver letteralmente creato la cosiddetta "British Invasion" ed aver rivoluzionato la musica inglese e, di conseguenza, mondiale, i Beatles dimostrarono a fine '65 di volersi muovere in altre direzioni. A dire il vero già HELP! aveva parentesi particolarmente interessanti come Ticket To Ride e l'arrangiamento d'archi di Yesterday, ma è con RUBBER SOUL che i primi passi verso la psichedelia vengono compiuti. In generale gli arrangiamenti si fanno più variegati, dal sitar di Norwegian Wood (The Bird Has Flown) all'assolo di piano barocco di In My Life, e le canzoni via via più complesse ed imprevedibili. Ciò diventò palese nel singolo che precedette di un paio di mesi l'uscita di REVOLVER nel 1966: Paperback Writer. Sia per il lato A, con il suo basso in primissimo piano ed i particolari cori, ma soprattutto per il lato B, Rain, sognante brano che si conclude con una traccia vocale mandata al contrario. Questa tendenza continuò ovviamente in REVOLVER, che nel mezzo dell'incredibile varietà stilistica dei quattordici brani che lo compongono si può stilare un manuale della psichedelia sotto ogni punto di vista. Da quella di ispirazione orientale di Love You Too e del capolavoro Tomorrow Never Knows, alla pura euforia infantile di Good Day Sunshine e Yellow Submarine, dallo spettacolare arrangiamento d'archi di Eleanor Rigby alle armonie “Beach Boys-iane” di Here There And Everywhere, non ci sono momenti di calo d'ispirazione. E come dimenticare Taxman di Harrison, o la bellissima e malinconica For No One… Tutti i brani hanno qualche trovata particolare ed innovativa, dal leslie  sulla voce ad un assolo di corno francese; se si vuole scegliere un solo album a rappresentare il pop psichedelico, probabilmente REVOLVER sarebbe una delle scelte migliori. 

Dopo il tour di supporto all'album, in cui comprensibilmente non suonarono alcun brano da esso, i Beatles chiusero definitivamente con i concerti, diventando una band esclusivamente “da studio”.



• Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

(Maggio 1967 – Parlophone)

Probabilmente uno degli album più importanti, celebri e celebrati della storia della musica. Preceduto da quel capolavoro di singolo che è Strawberry Fields Forever / Penny Lane, che in due brani radicalmente diversi racchiude tutti gli elementi essenziali del pop psichedelico, SGT. PEPPER è una sorta di culmine per i Beatles e non solo. Difficile mantenere l'altissimo livello di REVOLVER (ed infatti c'è chi lo preferisce), ma complice la leggendaria copertina di Peter Blake e l'accenno di “concept” a fare da cornice alle canzoni, il fascino del risultato va ben oltre i singoli elementi che lo compongono. L'idea fu quella di introdurre l'album con la presentazione di una band fittizia, da cui il nome dell'album, che sarebbe poi tornata verso la fine per i saluti, prima del bis, facendo intendere che tutto l'album fosse suonato da essa. Lo spinto rock della title track introduce quindi il tutto, prima di passare a quello che probabilmente è il miglior brano cantato da Ringo Starr, With A Little Help From My Friends. A seguire la celeberrima Lucy In The Sky With Diamonds, altro manifesto della psichedelia, poi l'euforica Getting Better, la circense Being For The Benefit Of Mr. Kite, l'incontro trionfale tra sonorità orientali ed occidentali di Within You Without You di Harrison, il vaudeville di When I'm 64, fino all'indescrivibile climax di A Day In The Life, summa dell'arte Beatlesiana fino a quel punto. Non ci si può dilungare sui particolari e sull'influenza che ha avuto su tutti i musicisti alla sua uscita, su questo sono stati scritti innumerevoli libri, ma penso si possa tranquillamente affermare che a questo punto i Beatles e George Martin raggiunsero un punto di non ritorno, così come tutto il mondo musicale, che pian piano iniziò a cambiare ancora, lasciandosi alle spalle sempre di più il colore della cosiddetta summer of love.


• Magical Mystery Tour

(Novembre 1967 - Capitol)

Dopo la morte del loro manager Brian Epstein a fine Agosto 1967, i Beatles si trovano senza una guida a compiere il primo “passo falso” della loro carriera. L'idea fu quella di realizzare il terzo loro terzo film, ma senza un vero e proprio copione, una sorta di viaggio psichedelico a bordo di un pullman, con scene spontanee ed in gran parte improvvisate e l'inaspettata presenza della Bonzo Dog Doo Dah Band. Il film fu trasmesso in bianco e nero il 26 Dicembre 1967, e fu il primo flop della loro carriera (complice anche la scellerata scelta di non trasmetterlo a colori). A posteriori è stato ovviamente rivalutato, ed è oggi considerato come uno dei film essenziali dell'epoca psichedelica. In UK la colonna sonora uscì in formato doppio EP con le 6 canzoni presenti nel film, mentre in America la Capitol decise di estenderlo e di farlo diventare un album vero e proprio, con un intero secondo lato aggiunto composto da singoli e relativi lati B di quell'anno. Tra i brani della colonna sonora certamente la title track ha raggiunto un discreto successo, ma gran parte dell'interesse va verso la malinconica The Fool On The Hill e, soprattutto, l'altro grande capolavoro di Lennon dopo Strawberry Fields Forever, I Am The Walrus. Tra nonsense e arrangiamenti roboanti, qui i Beatles raggiungono il loro apice psichedelico, tra l'altro ben supportato dalla fumosa Blue Jay Way di Harrison. Nel secondo lato invece troviamo una serie di brani leggendari, dalle già citate Strawberry Fields Forever e Penny Lane, alla stra-nota All You Need Is Love, passando per l'euforica Hello Goodbye e la trascurata Baby You're A Rich Man.

Vista la sua natura, MAGICAL MYSTERY TOUR non può competere con ciò che lo precede e con ciò che lo segue, ma nella versione estesa americana, oggi diventata quella ufficiale, si possono trovare alcuni dei brani migliori dell'intera carriera dei Beatles.

  


• The Beatles

(Novembre 1968 – Apple)

Noto ai più come il “White Album” per via della sua copertina, l'eclettico nono album dei Beatles, il loro primo ed unico doppio, segna un importante cambiamento stilistico. Dopo esser stati in India dal Maharishi Mahesh Yogi, i fab four si ritrovano per le mani una miriade di nuove canzoni, molte di esse nate come brani acustici, e se da una parte il risultato si lascia in gran parte alle spalle la psichedelia come normalmente intesa, dall'altra non mancano episodi di pop barocco tra i loro migliori di sempre, oltre a svariate sperimentazioni sonore che richiamano a certe avanguardie di fine anni '60. L'album fu preceduto dal singolo Hey Jude / Revolution (la prima non presente nell'album, la seconda presente con arrangiamento diverso, più lenta e chiamata Revolution 1). Varie tensioni interne portarono George Martin a fare un passo indietro e a lasciare più libertà ai singoli membri della band, che spesso finirono per lavorare individualmente sui propri brani, e Ringo Starr ad abbandonare la band per poi ritornare poco dopo (per questo McCartney suonò la batteria in Back In The U.S.S.R e Dear Prudence durante la sua assenza). Tra celeberrimi brani come la filastrocca Ob-La-Di, Ob-La-Da e l'intensa While My Guitar Gently Weeps (con Clapton alla chitarra solista, uno degli esempi della maturazione compositiva di Harrison), l'album passa da brani più pesanti come Yer Blues e la multiforme Happiness Is A Warm Gun a splendidi esempi di pop barocco come Piggies e l'acustica Mother Nature Son, lasciando spazio anche per il vaudeville di Honey Pie e Martha My Dear e la pura sperimentazione sonora di Revolution 9, per non parlare dell'hard rock di Helter Skelter. Nel mezzo tanti brani acustici come il classico Blackbird e la commovente Julia. In chiusura, dopo la follia di Revolution 9, Ringo (che già si è accaparrato il suo primo credito da compositore in Don't Pass Me By) ci dà la buonanotte con l'orchestrale Good Night. Un album fondamentale, eclettico, discontinuo, oscuro, brillante, in sostanza indefinibile. Come opera nella sua totalità è lontana dalla perfezione dei precedenti lavori, ma il contenuto è tra le parentesi più interessanti dell'intera discografia dei Beatles e non solo.


• Yellow Submarine

(Gennaio 1969 – Apple)

Estemporanea colonna sonora dell'ottimo film d'animazione omonimo, in cui i Beatles ebbero però ben pochi input. Il film è essenziale, mentre la colonna sonora è un po' difficile da definire. Doverosa la presenza della title track, così come di All You Need Is Love, mentre gli altri brani, solamente quattro inediti, sono sostanzialmente scarti di lavori precedenti. Only A Northern Song arriva dai tempi di SGT PEPPER, ed è una delle composizioni più stereotipicamente psichedeliche di Harrison, mentre l'ennesima filastrocca McCartiana All Together Now e l''altro inno psichedelico di Harrison It's All Too Much arrivano dai tempi di MAGICAL MYSTER TOUR, e l'ottima Hey Bulldog da un'estemporanea session durante le riprese per il video di Lady Madonna, ad inizio 1968. Vista la provenienza dei brani è palese il prepotente ritorno di sonorità psichedeliche altrimenti lasciate ormai alle spalle, ma in generale i brani sono di ottima fattura e si lasciano ascoltare con gran piacere. Il secondo lato invece è tutto lasciato a George Martin e alle sue composizioni orchestrali, anch'esse presenti nel film. Ovviamente non si tratta strettamente dei Beatles, ma il lavoro di Martin è veramente sublime e sta in piedi anche estrapolato dal film. Solo nel 1999 vedrà poi la luce YELLOW SUBMARINE SONGTRACK, che al posto dei brani di Martin conterrà ogni singolo brano dei Beatles presente, anche solo parzialmente, nel film (Eleanor Rigby, Lucy In The Sky With Diamonds, e così via…).


• Abbey Road

(Settembre 1969 – Apple)

Dopo le fallimentari “Get Back sessions” ad inizio 1969, poi documentate l'anno dopo nell'album e nel film LET IT BE, travolti da tensioni interne, i Beatles decidono di mettersi d'impegno a realizzare un ultimo, trionfale album. 

Dominato dal leggendario medley posto nel secondo lato, composto da brevi frammenti e culminante con l'immortale sequenza Golden Slumbers / Carry That Weight e The End, magnificamente orchestrate da George Martin, in realtà tutto l'album brilla di una luce tutta sua. Dalla barocca Because con le sue magnifiche armonie vocali alla pesantissima e lunga I Want You (She's So Heavy), ABBEY ROAD mostra i Beatles nella loro piena maturità, perfettamente rappresentata dai capolavori definitivi di Harrison Something e Here Comes The Sun, e dall'inno di Lennon Come Together. 

McCartney dalla sua sforna brani un pelo meno memorabili come Maxwell's Silver Hammer e Oh! Darling (comunque abbbellita da una incredibile performance vocale), ma dà certamente il suo meglio nel secondo lato, dapprima con You Never Give Me Your Money e poi con la già citata conclusione del medley. Ringo invece dal canto suo sfodera uno dei suoi brani migliori, Octopus's Garden. Il tutto è decorato da una produzione all'avanguardia, con anche un misurato ma importante uso del sintetizzatore Moog. Con l'iconica foto sulle strisce pedonali di Abbey Road a campeggiare in copertina, qui si chiude la storia dei Beatles, con il post scriptum di LET IT BE a dare l'addio l'anno dopo, con però registrazioni precedenti ad ABBEY ROAD. Tensioni interne e problemi di management portarono l'avventura dei fab four alla sua conclusione in meno di un decennio, periodo in cui, a costo di ripetere ovvietà, cambiarono la storia della musica definitivamente. Per chi vuole approfondire ed ascoltare altre cose di questo periodo, consiglio PAST MASTERS, raccolta di singoli il cui secondo volume va dal 1965 al 1970, con perle come Paperback Writer, Hey Jude, Lady Madonna e così via. Altro consiglio è l' ANTHOLOGY,  serie composta da tre volumi su doppio cd con outtake, versioni alternative e brani inediti che coprono, rispettivamente il periodo 1962 – 1964, 1965 – 1968 e 1968 – 1970. 




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