The Arbors


• A Symphony For Susan

(1967 – Date Records )

Gruppo vocale formato ad Ann Arbor, Michigan, nel 1964 da due coppie di fratelli, Tom e Scott Herrick e i gemelli Edward e Frederick Farran, dopo essersi trasferiti a New York nel 1966 pubblicarono il loro primo album l’anno successivo. Con uno stile prevalentemente orchestrale, molto legato al passato, e un ampio spazio dedicato alle bellissime armonie vocali del quartetto, A SYMPHONY FOR SUSAN è un gran bell'album, in gran parte composto da cover, che sembra quasi una colonna sonora di film anni ‘40/’50. C’è poco spazio per strumentazioni “moderne”, e tutta l’attenzione è sulle bellissime canzoni e le ottime interpretazioni del quartetto (che è senza dubbio uno dei migliori gruppi vocali in circolazione ai tempi), come nella title track e A Day In The Life of a Fool, anche se è difficile isolare singoli brani. La title track e Just Let It Happen ebbero un discreto successo, ed entrarono nella top 100 in America. 


• Valley Of The Dolls

(1968 – Date Records )

Con uno stile sostanzialmente identico all’esordio, il secondo album prende il titolo dall’omonima canzone che fu concepita per il celebre film dallo stesso titolo, salvo poi essere scartata in favore di quella di Dory Previn, che finì anche per oscurare quella degli Arbors, che non ebbe alcun successo. In generale, se si è apprezzato l’esordio, si ascolterà con piacere anche questo seguito, dove, di nuovo, l’approccio “old style” fa da padrone, seppur a fronte di un repertorio giusto un pelo più debole. Ci sono brani che suonano più “anni ‘60”, come With You Girl e Endless Summer, ma in generale gli arrangiamenti continuano a mantenere il sound ben ancorato alla musica dei decenni precedenti. La loro versione del classico Graduation Day si affacciò nelle classifiche, ma ciò non fu abbastanza per spingere l’album, che fu un discreto flop. 


• Featuring I Can't Quit Her / The Letter

(1969 – Columbia Records )

Probabilmente l’album più strettamente legato alla psichedelia degli Arbors, contiene anche il loro più grande successo, la cover di The Letter dei Box Tops. Dopo un’inaspettata introduzione di stampo gregoriano (Motet – Overture), ecco che ci troviamo di fronte ad una rallentata versione di The Letter, che, proprio nel momento in cui si pensa di aver capito dove gli Arbors volessero andare a parare, si trasforma in un inno corale trionfale con archi a tratti dissonanti, per poi lasciar spazio ad una ripresa delle strofe ricoperta da un invadente effetto phaser: un piccolo capolavoro di psichedelia che eleva il pur ottimo brano originale oltre ogni aspettativa. Il resto dell’album prosegue con altre cover, a volte fedeli, altre meno, che vanno dal medley Good Day Sunshine – Got To Get You In My Life dei Beatles, reso ancora più vaudeville, ad una pesantemente barocca versione di Like A Rolling Stone di Dylan, per poi concludere l’album con una apocalittica versione di Hey Joe che si conclude con una ripresa dei cori gregoriani iniziali con sottofondo esplosioni e suoni di guerra. 

Un enorme stacco dai due precedenti album, e seppure sia interamente composto da cover, si tratta di un lavoro estremamente interessante e unico nel suo genere, quasi l’equivalente in ambito pop di quello che i Vanilla Fudge facevano in ambito rock. 

Dopo l’uscita dell’album gli Arbors decisero di dedicarsi alla scrittura di jingle pubblicitari.

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