• Kind Of A Drag
(1967 – USA Records)
Band di Chicago fondata nel 1965, con un nome scelto dai produttori dello show televisivo All-Time Hits (in quanto la band aveva vinto una competizione il cui premio era un'apparizione televisiva), come collegamento con l'allora in voga British Invasion, preso in realtà dalla Buckingham Fountain, appunto, di Chicago. Dopo qualche cambio di formazione, nel 1966 la band firmò un contratto con la USA Records, ed iniziò a registrare i suoi primi brani, principalmente cover. Tra questi brani, pubblicati tutti come singoli, ci fu la loro prima, e più grande, hit, Kind Of A Drag, scritta dal compositore Jim Holvay dei The Mob. Il brano in questione vanta un arrangiamento di fiati da big band fino ad allora inedito per i Buckinghams, che finirà per caratterizzare il loro sound da lì in poi. Per capitalizzare sul successo del singolo fu pubblicato un omonimo album che raccoglieva le loro prime registrazioni. Tolto il singolo in questione, il resto dell'album deve molto al sound mod ed alla sua consueta carica anfetaminica, come in Don't Want To Cry, molto sullo stile dei primi Kinks, mentre è interessante la loro versione di I Call Your Name, brano minore dei primi Beatles reso decisamente più interessante dalle armonie vocali ed i fiati.
• Time & Changes
(1967 – Columbia)
Forti della spinta di Kind Of A Drag, i Buckinghams a questo punto, affiancati dal nuovo manager e produttore James William Guercio (ex bassista e road manager di Chad & Jeremy e futuro manager dei Chicago), firmano per la Columbia e trovano definitivamente il loro personale sound. I fiati da big band fanno da padrone ovunque, e non manca qualche altra hit da classifica. È il caso di Don't You Care e Mercy, Mercy, Mercy, entrambi ottimi brani che combinano il pop con l'r&b e decorano il tutto con magnifici fiati ed archi. Ci sono brani in cui l'orchestrazione sovrasta tutto il resto, come l'intensa You Are Gone o la divertente e divertita The Married Life, che mettono da parte definitivamente quel che di mod dell'esordio. Menzione doverosa per la conclusiva Foreign Policy, brano decisamente ambizioso a livello armonico e di arrangiamento (non manca anche un intermezzo orchestrale dissonante con voce narrante ed un finale con nastri al contrario), potenzialmente una delle loro cose migliori. L'assenza di cover rende il risultato decisamente più personale, portando l'album ad essere l'innegabile conferma definitiva dei Buckinghams.
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• Portraits
(1968 – Columbia)
Continuando sullo stile ormai consolidato nel loro secondo album, qui la band, ancora insieme a Guercio, si spinge ancora oltre, alzando l'asticella delle ambizioni. Fin dall'apertura con C'Mon Home il sound si fa più duro, più imprevedibile, con il ruolo dei fiati sempre importantissimo ma via via più audace (basti ascoltare come entrano ed escono in sottofondo all'assolo di chitarra). Fanno capolino brani quasi totalmente orchestrali, come la barocca Inside Looking Out, mentre anche nei brani più apertamente commerciali, come la bella Susan, non mancano “rotture” inaspettate, come un questo specifico caso una sezione orchestrale dissonante con voci al contrario inserita nel mezzo (ovviamente tagliata nel singolo). Molti brani hanno una relativa, curiosa ma spesso inutile, reprise dopo la fine, ma nonostante ciò PORTRAITS è probabilmente il lavoro più ambizioso e riuscito dei Buckinghams fino a quel momento, con Susan come singolo trainante che permise loro di rimanere sotto i riflettori ancora per un po'.
• In One Ear and Gone Tomorrow
(1968 – Columbia)
A questo punto la band si separò dal Guercio, e seppur si decise di mantenere gran parte del loro sound, l'assenza dell'ex produttore si nota. Di nuovo composto da materiale interamente concepito dalla band, IN ONE EAR AND GONE TOMORROW sembra lasciarsi alle spalle certe bizzarrie di PORTRAITS e cercare piuttosto di essere una solida raccolta di ottime canzoni pop. Ed in effetti il fascino di Simplicity, nel suo misurato arrangiamento orchestrale, parla da sola, così come la più vivace
Can't Find The Words, in cui il ruolo che fu degli ottoni viene preso da grandiosi archi ritmici. I Know I Think mescola suoni barocchi con tipici interventi di sitar, in un brano altrimenti piuttosto canonico, ed in generale la sensazione è quella di trovarsi di fronte a composizioni mediamente più “normali” rispetto a PORTRAITS, in cui è però l'arrangiamento a renderle più interessanti. Il risultato è comunque ottimo, anche se forse meno a fuoco dei lavori precedenti, ed infatti il mancato successo lo testimonia. A fine anno la band si sciolse, per poi riformarsi dapprima negli anni '80 e poi nei 2000.
Can't Find The Words, in cui il ruolo che fu degli ottoni viene preso da grandiosi archi ritmici. I Know I Think mescola suoni barocchi con tipici interventi di sitar, in un brano altrimenti piuttosto canonico, ed in generale la sensazione è quella di trovarsi di fronte a composizioni mediamente più “normali” rispetto a PORTRAITS, in cui è però l'arrangiamento a renderle più interessanti. Il risultato è comunque ottimo, anche se forse meno a fuoco dei lavori precedenti, ed infatti il mancato successo lo testimonia. A fine anno la band si sciolse, per poi riformarsi dapprima negli anni '80 e poi nei 2000.




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