Considerato oggi come uno degli album migliori della Storia, oltre che uno dei punti massimi della carriera dei Beach Boys e la loro completa maturazione artistica. Undicesimo album in appena quattro anni di attività, in realtà i primi segni del cambiamento stilistico nella scrittura dei brani di Brian Wilson già si intravedevano nel 1964, dai tempi di ALL SUMMER LONG. Gradualmente la band si allontanò dai cliché surf, facendo un passo da gigante nel secondo lato di TODAY! nel 1965, composto interamente da malinconici brani armonicamente complessi, e raggiungendo il suo apice proprio in PET SOUNDS. A quel punto Brian non partecipava più ai tour dei Beach Boys, sostituito da Bruce Johnston, e poteva così concentrarsi nella composizione di nuova musica, con l'aiuto della Wrecking Crew e di Tony Asher come paroliere. Il risultato è un solido conglomerato di brani pop di straordinaria fattura, complessi al punto giusto e con arrangiamenti tutt'altro che banali. Basti pensare all'apertura con la celeberrima Wouldn't It Be Nice, che con i suoi cambi di tonalità e tempo inaspettati riesce comunque ad essere tra i brani più memorabili di sempre, o l'altrettanto famosa God Only Knows, tanto armonicamente complessa quanto piacevole e commovente all'ascolto, confermando tra l'altro le doti interpretative di Carl Wilson. Le classiche armonie vocali dei Beach Boys sono qui utilizzate nel miglior modo possibile, e lo stesso Brian è al suo picco per quanto riguarda le performance vocali, con magnifici esempi nella barocca You Still Believe In Me, Caroline No e soprattutto Don't Talk (Put Your Hand On My Shoulder). Alcuni dei suoi compagni di band furono un po' perplessi al ritorno dal tour trovandosi di fronte brani del genere, e di fatto anche il pubblico alla sua uscita non premiò questo album quanto i precedenti. Gli appassionati di musica però riconobbero fin da subito il valore di PET SOUNDS, che nonostante la delusione sul mercato americano riuscì a rendere meglio in quello inglese, e a posteriori chiunque associa la parola “capolavoro” a quest'album, giustamente, trattandosi di uno dei punti più alti raggiunti non solo dai Beach Boys, non solo da Brian Wilson, ma da tutta la musica Pop.
• Smiley Smile
(Settembre 1967 – Capitol)
Dopo la relativa delusione commerciale di PET SOUNDS, Brian Wilson riuscì a risollevare la band con il successivo singolo, frutto di decine e decine di ore di lavoro in diversi studi: Good Vibrations. Piccola sinfonia in forma canzone, Good Vibrations è senza dubbio una delle perle più brillanti dell'epoca, oltre che definitiva consacrazione del genio di Brian come compositore, arrangiatore e produttore. Inutile dire che dopo tale successo le aspettative per un seguito di PET SOUNDS erano altissime. Brian iniziò a lavorare con il paroliere Van Dyke Parks già da metà 1966 ad un progetto decisamente ambizioso. C'erano varie idee sul tavolo: dalla composizione modulare (lavorando insomma su piccoli frammenti musicali da combinare poi successivamente), alla celebrazione della risata come espressione più pura di noi stessi, ad una mai veramente confermata suite sugli elementi; insomma tanta, forse troppa carne al fuoco. Se a questo si aggiunge lo scarso supporto dei compagni di band, le poco raccomandabili compagnie ormai fisse intorno a Brian (che spesso alimentavano il suo abuso di droghe) e la pressione da parte della Capitol per un seguito di Good Vibrations mentre intanto era occupata a pubblicare raccolte di vecchi brani a raffica, si può ben immaginare come possa essere andata a finire. Nonostante svariati annunci dell'uscita di quello che sarebbe dovuto chiamarsi SMILE, il progetto viene definitivamente abbandonato ad inizio estate 1967. Dalle session uscì come singolo una versione del nuovo e complesso brano Heroes And Villains, che non bissò il successo del precedente, e la band si mise al lavoro su un album da far uscire il prima possibile.
Il risultato fu SMILEY SMILE, realizzato in gran parte nello studio casalingo di Brian, con un approccio smaccatamente lo-fi. Dopo la grandiosità di Good Vibrations e Heroes and Villains, tra l'altro entrambe incluse nell'album, ascoltare brani ridotti all'osso come Little Pad, la folle She's Going Bald o le nuove versioni di brani pensati per SMILE come Wonderful e Vegetables, qui ridotte ad arrangiamenti con voci e poco altro, da una parte mostra una scelta molto coraggiosa e “avanti” per i tempi, dall'altra causò enorme delusione negli ascoltatori dell'epoca. A posteriori la sua natura in gran parte lo-fi ha portato molti a rivalutarlo, in quanto tale approccio anticipò, e in alcuni casi ispirò, quello analogo di svariate band indie arrivate decenni dopo.
• Wild Honey
(Dicembre 1967 – Capitol)
Dopo la mancata realizzazione di un album live tratto dai concerti alle Hawaii di Agosto (che tra l'altro includevano, caso più unico che raro, anche Brian Wilson), i Beach Boys si chiudono di nuovo nello studio casalingo di Brian e realizzano velocemente un altro album. Mantenendo solo in parte la natura lo-fi e aggiungendo qualche intervento centellinato di altri strumenti come gli ottoni, WILD HONEY è un album caldo e dalle tinte r&b. Carl Wilson si prende molto spazio come interprete: dalla celebre Darlin', che fa da singolo di traino, alla title track in cui regala una delle sue interpretazioni più spinte ed estreme, passando per l'ottima cover di I Was Made to Love Her, resa famosa da Stevie Wonder. La vivace Here Comes The Night e la sinuosa Let The Wind Blow sono tra le cose migliori dell'album, che con i suoi appena 23 minuti di durata finisce decisamente troppo presto. Alla sua uscita, esattamente come SMILEY SMILE, l'album fu criticato aspramente e fu quello che vendette meno copie fino a quel momento. Come il precedente, anche WILD HONEY sarà rivalutato successivamente.
• Friends
(Giugno 1968 – Capitol)
Ispirati dalla meditazione trascendentale di Maharishi Mahesh Yogi (Mike Love andrà in India insieme ai Beatles), FRIENDS è forse l'ultimo album che vanta un importante contributo da parte di Brian Wilson, che dal dopo SMILE si è gradualmente allontanato e continuerà a farlo sempre di più.
Qui il lo-fi dei precedenti album si tinge di più colori, includendo vari session man e arrangiamenti più variegati. Il valzer della title track è puro genio pop, carica di armonie strambe ed imprevedibili, mentre l'esordio come compositore di Dennis Wilson regala la spettacolare Little Bird e la meditativa Be Still. Il resto dell'album è composto da brevissimi brani quieti, piacevoli, perfettamente in linea con il concetto di meditazione che sta a monte. Dopo i due strani album precedenti, FRIENDS si dimostra essere un lavoro decisamente più compiuto, piacevole, con una produzione tra le migliori di Brian dopo PET SOUNDS. La critica lo accolse meglio dei precedenti, ma il pubblico non lo premiò.
Dal successivo 20/20 Brian farà un ulteriore passo indietro, lasciando ai fratelli Carl e Dennis la produzione, ma partecipando ancora in modo relativamente attivo ai successivi SUNFLOWER e SURF'S UP, tutti album questi che comprendevano anche brani dalle leggendarie session di SMILE, a volte trainando letteralmente l'album. Negli anni '70 Brian si ritirerà quasi del tutto, ritornando solamente nel 1976.
• The SMiLE Sessions
(Ottobre 2011 – Capitol)
Dopo 37 anni, nel 2004 Brian Wilson, con l'aiuto di Van Dyke Parks e dei Wondermints, pubblicherà una sua nuova versione definitiva di SMiLE. Bisognerà aspettare ancora qualche anno però per vedere la pubblicazione di questo lavoro a nome Beach Boys. Per decenni si sono susseguite infinite versioni bootleg diverse, e a dire il vero già negli anni '90 svariati brani da quelle session hanno visto la luce ufficialmente in varie compilation, ma questo cofanetto ha, in un certo senso, chiuso il capitolo. Con una versione il più possibile completa dell'album sul primo CD (con una tracklist basata sulla versione del 2004, non esistendone una definitiva del 1967) e altri 4 CD con ore ed ore di session in studio (di cui uno intero dedicato a Good Vibrations), i fan hanno ora di che gioire.
Vista la natura incompiuta e complessa dell'album in questione, neanche l'uscita di questa versione ha placato la voglia dei fan di continuare a realizzarne versioni alternative, tra l'altro avendo ora a disposizione molteplici take di ogni brano. Checché se ne pensi di questa versione, è magnifico poter ascoltare finalmente brani come l'estesa Heroes And Villains, la versione originale della barocca Wonderful, la leggendaria Mrs. O' Leary's Cow (brano sul fuoco che portò Brian alla paranoia dopo che un edificio vicino agli studi prese fuoco mentre lo registravano, tutti con elmetto da vigili del fuoco e legna che bruciava in un secchiello per creare l'atmosfera). Non si può rimanere impassibili di fronte a questo album, che dimostra quanto avanti si poteva portare la musica pop a quei tempi. Impossibile immaginare le conseguenze di una sua ipotetica eventuale pubblicazione nell'ormai lontano 1967, ma di certo la sua assenza ha contribuito non poco al suo perdurante fascino.
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